PAURA E DISGUSTO A LAS VEGAS, IL LIBRO CULT DEL DELIRIO LISERGICO DI UNA GENERAZIONE

Autopsie, Bad Literature INC

Quando si parla di Paura e disgusto a Las Vegas i rischi sono (generalmente) due: il primo rischio è quello di imbattersi in un qualche pseudo intellettuale hipster che, con spocchiosa tracotanza, vi osserverà con sufficienza e vi correggerà dicendo: “ti stai confondendo, il film  si intitola Paura e Delirio a Las Vegas”. Quindi, prima che i vostri nervi saltino come un tappo da una bottiglia di champagne l’ultimo dell’anno, con una calma tantrica gli farete notare che esiste un libro da cui quel famosissimo libro è tratto. Il secondo rischio è quello di imbattervi nel fattone di turno, il quale riderà in maniera del tutto incontrollata ricordando alcune delle scene più famose del film senza sapere realmente ciò che ha visto.

In entrambi i casi, il senso di sconforto e delusione che vi assaliranno aumenteranno la vostra sfiducia nei confronti del genere umano. In realtà Paura e disgusto a Las Vegas è molto più di tutto questo. E’ molto più di un frenetico e scellerato viaggio lisergico all’interno della più devastante dimensione onirica mai raccontata in chiave giornalistica. Ed è molto di più di un film che, grazie all’interpretazione magistrale di Johnny Depp e Benicio Del Toro e la visionaria regia del Monty Python Terry Gilliam, è entrato ben presto nella storia del cinema degli ultimi anni. Il libro è uno degli esempi più puri e lampanti del cosiddetto Giornalismo Gonzo, particolare stile di scrittura giornalistica che tende ad essere veritiero senza dover essere rigidamente oggettivo.

Il Giornalismo Gonzo tende quindi a preferire più lo stile che la precisione, andando così a descrivere le esperienze personali, gli umori e le sensazioni piuttosto che i fatti. Hunter Thompson, essendo l’ideatore di questo particolare stile di scrittura, è il massimo esponente del genere ma non il solo. Ad adottare lo stile Gonzo vi fu anche il critico musicale Lester Bangs, una delle voci più autorevoli della stampa specialistica di tutti i tempi. Ma torniamo a Paura e disgusto a Las Vegas. Pubblicato nel 1971 in due parti sulla nota rivista musicale americana Rolling Stone, il romanzo è semi autobiografico e narra le vicende di un viaggio che ha visto realmente protagonista Thompson alla volta di Las Vegas. I protagonisti di questo pazzo, furioso e lisergico viaggio alla ricerca del cosiddetto Sogno Americano sono Raoul Duke ( alter ego letterario dell’autore e voce narrante della vicenda) e il Dr. Gonzo ( maschera letteraria dell’attivista e avvocato messicano Oscar Zeta Acosta).

I due affrontano il viaggio a bordo di una Chevrolet rosso fiammante decappottabile, il cui bagagliaio contiene un vasto inventario composto da alcol e droghe di diverso tipo. I nostri eroi sfrecciano quindi lungo le strade che costeggiano il deserto del Nevada per raggiungere la Città Che Non Dorme Mai, per poi raggiungere il giorno successivo una prestigiosa gara motociclistica che ha luogo nel deserto, la Mint 400. Thompson/Duke trova quindi impossibile fare un resoconto della gara in un normalissimo stile giornalistico, preferendo quindi un taglio decisamente Gonzo che gli permetterà di vivere e raccontare in maniera libera, sfrenata e fottutamente lisergica l’intera vicenda. Quello che più colpisce di Paura e disgusto a Las Vegas è, oltre all’umorismo grottesco delle vicende che vede coinvolti i due protagonisti, la triste realtà della Las Vegas alle prese con il Sogno Americano a basso costo.

Le insegne luminose dei casinò, perennemente accese ed intermittenti, sono la cornice perfetta per la frenesia lisergica che attanaglia le vicende vissute da Raoul Duke e il Dr. Gonzo. Il tutto è vissuto per essere portato all’estremo: non c’è spazio per la normalità. Il tutto diventa una sorta di gigantesca caricatura della realtà, vissuta attraverso l’amplificazione alcolica e chimica che rende i protagonisti desiderosi di vivere al massimo e senza freni inibitori. L’apoteosi viene raggiunta quando i nostri eroi si recano ad una conferenza nazionale sui rischi e gli effetti collaterali dei narcotici. Un dottore in giornalismo e un’improbabile avvocato “sagomano”, entrambi sballati e strafatti come zucchine, imbucati alla Conferenza Nazionale dei Procuratori su Sostanze Psicotrope e Droghe Pericolose.

I topi che fanno festa a casa del gatto. E gliela fanno sotto al naso. Ma non si può parlare del libro senza spendere qualche parola d’encomio per la particolare versione cinematografica diretta da Terry Gilliam. Come ricordato in apertura, il film è uno dei rari casi in cui l’universo della celluloide rende omaggio in maniera sincera, schietta e ben descritta ad un opera cinematografica. Essendo noi  tristemente abituati a vedere improbabili adattamenti cinematografici di libri scritti per trentenni disillusi dalla vita e dall’amore, in coda nelle multisala con un secchiello maxi di popcorn e la fedele bibita al seguito, il film di Gilliam è una vera e propria manna dal cielo che rimbalza ed esplode come una bomba in technicolor sullo schermo. Questo film non poteva essere diretto da un regista diverso e non poteva vedere, tra gli attori protagonisti, attore diverso da Johnny Depp.

Un po’ per la reale e profonda amicizia che legava l’attore e Hunter Thompson e un po’ per la poliedricità artistica dello stesso Depp. Scellerate visioni lisergiche post popper, post adrenalina, post mescal, post qualsiasi-droga-scoperta-e-provata-dall’uomo-dall’anno 0- fino al 1971 sono magistralmente interpretate dall’attore americano, il quale ha passato più di un’anno a guardare e studiare il vero Hunter Thompson (il quale fa un cameo di pochi secondi all’interno della pellicola). Per non parlare della scena iniziale che vede Depp/Duke e Del Toro/Dr.Gonzo all’interno della Chevrolet decappottabile intenti a dare un passaggio ad un pallido, giovane e spaesato Tobey McGuire. Una delle foto pop più iconiche della fine degli anni Novanta.

E uno dei post più attaccati nelle stanze dei fattoni di mezzo mondo, i quali non hanno mai compreso l’ampio significato che si cela dietro al libro e al film che ne è derivato. Paura e disgusto a Las Vegas può tranquillamente essere definito, quindi, come una moderna versione degli effetti delle sostanze psicotrope sul comportamento umano. Una chiave moderna (e decisamente meno accurato scientificamente, ma molto dettagliato a livello letterario) di ciò che fece Aldoux Huxley con Le porte della percezione. Hunter Thompson non è solamente Paura e disgusto a Las Vegas, ma anche molto altro. E lo si può comprendere ed apprezzare in altri libri quali I diari del rum Hells Angelsun reportage duro e crudo sul mondo dell'(allora) nascente club motociclistico degli Hells Angels e di cui avremo modo di parlare su queste pagine. Per il resto, lasciamo i luoghi comuni alle persone banali. Saper andare oltre, in questi tempi di stagnazione creativa e di originalità, è il vero valore aggiunto.

 

Hank Cignatta