THE DOORS DI OLIVER STONE: UN FILM CHE STONA

Autopsie, Bad Literature INC

La scorsa settimana, pervaso da quella fastidiosa canicola che toglie il respiro e che porta ad una noia mortale, mi sono ritrovato a gironzolare svogliatamente tra i canali della nostra italica televisione. Tra film riproposti per la milionesima volta, programmi di dubbio gusto e palinsesti parecchio imbarazzanti, mi imbatto nell’imminente messa in onda del film The Doors di Oliver Stone (1991), uscito nelle sale cinematografiche in occasione del ventesimo anniversario della morte del carismatico leader del gruppo losangelino. Il film in questione fa parte del mio retaggio adolescenziale, che mi ha avvicinato alla storia del gruppo e di Jim Morrison, nonché alla scoperta di grandi classici della letteratura a cui il cantante dei Doors si ispirava per produrre le sue poesie.

Fu una scoperta epocale: i testi onirici di Morrison, la musica leggendaria dei Doors, la scoperta di libri del calibro de Le porte della percezione di Aldoux Huxley, Aspettando Godot di Simon Beckett, Il Profeta di Khalil Gibran, l’Edipo Re e l’Elettra di Sofocle e la passione per l’epica greca in generale. Un turbinio di cultura che aveva un solo filo conduttore: la musica.  E più in particolare quella dei Doors.  Esperienze personali a parte, la visione del film spalanca le porte (rimanendo in tema) a numerosi dubbi. Dopo aver letto parecchi libri sulle vicende personali del gruppo e di Morrison artista, poeta e animale da palcoscenico ci sono non poche incongruenze con quanto rappresentato dal buon Oliver Stone. Partiamo dal cast, che vede l’attore americano Val Kilmer vestire i panni del Re Lucertola.

Un’interpretazione intensa, quella del buon Val, dove si è voluto spingere a cantare di persona i brani più famosi del gruppo. La somiglianza fisica c’è, quella vocale decisamente meno. Il buon Val però ce la mette davvero tutta nel dare una maschera cinematografica ad un personaggio così poliedrico e turbolento come Jim Morrison. E credo che sarebbe stato difficile dare una parte così impegnativa a qualsiasi altro attore. Quel ruolo è stato cucito addosso alle doti recitative di Kilmer, il quale però si è dovuto adeguare alle direttive registiche di un Oliver Stone non esattamente in stato di grazia nella direzione di questo film. Meg Ryan, per anni considerata come la fidanzatina d’America, interpreta Pamela Courson, la compagna di vita più significativa di Jim Morrison.

Proprio la rappresentazione cinematografica della Courson è uno dei primi elementi che stride con la realtà dei fatti e che ha indispettito non poco gli altri membri dei Doors ancora in vita e tutte le persone che conoscevano Jim e Pam. Il personaggio della Courson nel film di Stone appare come una persona debole, totalmente soggiogata dal magnetismo di Morrison. Nel libro Light my fire: la mia vita con Jim Morrison del 2002 il tastierista e co-fondatore dei Doors Ray Manzarek è fortemente critico nei confronti di Oliver Stone e del film, in quanto “colpevole” di aver messo in scena ciò che voleva, stravolgendo la realtà dei fatti e romanzandola in maniera grossolana e senza alcun rispetto per la figura di Morrison e dei personaggi coinvolti. Uno dei tanti episodi incriminati è proprio la figura della Courson, dipinta nel film come una poveretta priva di carattere mentre nella realtà era proprio l’opposto, riuscendo a fare da contrappeso tra il carisma Morrisoniano e la realtà. Il libro in questione è molto valido per cercare di capire realmente cosa accadesse all’interno della band e chi fosse realmente Jim Morrison, raccontato da chi ha vissuto il tutto in prima persona.

Avendo letto diversi libri sulla vita di Morrison e dei Doors, si notano le dirompenti differenze con quanto messo in scena nel film di Stone. Da questa pellicola viene fuori il ritratto di un Morrison più dedito all’alcol e alle droghe che al lato artistico, facendo si che lo spettatore più attento si domandi allora come mai sia i Doors che il loro cantante siano stati così importanti per la storia della musica rock. Assai fastidiosa è la scena in cui il gruppo si esibisce dal vivo all’Ed Sullivan Show, dove viene chiesto loro di non cantare alcune frasi ritenute molto forti per la censura perbenista americana del tempo. In seguito tale scena sarà oggetto di numerose parodie, tra le quali la più famosa in un episodio de I Simpsons dove però il gruppo in questione sono i Red Hot Chili Peppers.

Tale scena risulta fastidiosa poiché prima dell’inizio dell’esibizione il regista del programma chiede al gruppo se fosse possibile evitare di dire una serie di parole ritenute scomode, contenute nel testo di Light My Fire. Tra le parole incriminate compare la frase Girl, we couldn’t get much higher (letteralmente piccola non possiamo andare più in alto). In inglese get high significa diventare euforico e nello slang assume un doppio significato:  significa sia eccitarsi con le droghe che sessualmente. Morrison si rifiutò di cambiare la strofa della canzone, cantandola per intero in diretta nazionale nella cattolica e perbenista America senza particolari enfasi. Nella pellicola invece, il Morrison cinematografico urla la parola Higher, sottolineandola in maniera polemica.

Questi e altri episodi narrati nel film e mai accaduti nella realtà , come quando Jim chiude Pam nell’armadio di causa sua per poi dare fuoco al tutto, non sono mai avvenuti ne tantomeno vengono riportati nelle numerose biografie (autorizzate o meno) della vita della rockstar. Ne viene fuori un film frutto di un punto di vista estremamente personale, a tratti fastidioso, di una figura chiave della musica rock degli anni Sessanta. Di certo Morrison non è stato uno stinco di santo, ma nel film The Doors viene dipinto come un dispotico psicolabile, incline a repentini cambi di umore e che nulla ha che fare con il geniale e sensibile lato artistico che hanno reso immortali le canzoni dei Doors e le sue poesie. Un film da vedere e da apprezzare per l’interpretazione dell’attore protagonista ma da prendere con le pinze per quanto riguarda la veridicità  dei fatti narrati. Uno dei film di Oliver Stone che stona.

Hank Cignatta