TRAINSPOTTING 2, QUANDO IL TEMPO E’ SOLO UNA VARIABILE

Bad Literature INC

Sono passati vent’anni dal primo film di Trainspotting. Un successo sotto tutti i punti di vista: per il cast, per il regista e per lo scrittore. Una marea di soldi guadagnati negli anni per quanto riguarda diritti d’autore e via discorrendo. E l’inserimento della pellicola nell’Olimpo dei film più belli e significativi di tutti i tempi. Un film ( e un libro) che ha segnato una generazione.

Un autore, Irvine Welsh, in grado di dare voce al malessere di quella gioventù scozzese intrappolata nella noia della routine quotidiana anni prima dell’avvento di quella crisi economica che avrebbe spazzato via sogni e illusioni delle generazioni a venire.  L’attenzione su questo film era molto alta, con il terrore diffuso che potesse diventare l’ennesimo caso di stronzata cinematografica che tende ad uccidere nei sequel quelle idee che nascono più che bene come uniche ed irripetibili.

Ammetto che anche io mi sono lasciato prendere dalla febbre legata all’uscita di questo secondo capitolo di Trainspotting, tanto da decidere di andarlo vedere a notte fonda. Pensando di essere stato l’unico, in compagnia della mia ragazza, ad aver scelto quella curiosa fascia oraria, in pochi istanti quella che era la Sala 3 di un cinema multisala di Nevrotic Town si è ben presto riempita di ogni sorta di tipologia di spettatore.

Dall’ultra trentenne in attesa di vedere ben riposti sensazioni, soldi del biglietto ed emozioni sul secondo capitolo cinematografico (e letterario) che ha segnato la sua giovinezza, agli hipster insipidi che si sono ritrovati li a seguire la loro compagnia senza sapere chi o cosa si stessero apprestando a guardare. Per non parlare delle schiere di pseudo adolescenti che, essendosi affrettati a scaricare il primo film e avendo visto l’elemento droga presente nella trama si sono fiondati al cinema per vedere scene di fattanza solo perché va contro il sistema e fa tanto ribbbelle.

Dopo un massacro di pubblicità durato quasi un’ora buona (cronometrata), il film inizia e immediatamente prende per mano  lo spettatore, trasportandolo nel mood lisergico e visionario tipico della cinematografia di Danny Boyle.

Quando si lascia il comando al regista inglese il risultato è assicurato e anche questa volta le attese non sono state disilluse. Tutto il cast del primo film è stato riconfermato, dando modo di mettere in scena una prova d’attore assai gradevole e in linea con la presa di coscienza di un lasso di tempo di vent’anni passato da quando erano tutti giovani, spensierati e fatti fino al midollo.

Molti sono i fattori di successo di questo film. Una menzione speciale va alla scelta della fotografia, onirica e lisergica, e alla scelta della colonna sonora che aiuta molto lo spettatore ad immedesimarsi nello svolgimento della trama. Il film scorre bene ed è la migliore rappresentazione cinematografica di ciò che è già stato magistralmente messo nero su bianco da Irvine Welsh con il suo libro Porno ( e dal quale è tratto questo secondo film).

Tante cose sono cambiate in quell’Edimburgo del 1996. Il mondo è cambiato. La gente è cambiata. La società è cambiata. Tutto è diverso rispetto ad allora. E anche se i personaggi non possono fare a meno di essere quelli che sono sempre stati, anche loro avvertono quel cambiamento che, inevitabilmente, ha toccato anche loro.

Ewan McGregor, alias Mark Renton, ha qualche ruga in più che gli solca il volto e qualche chilo in più rispetto al 1996. Torna a casa e si mette subito alla ricerca dei suoi vecchi amici, i quali non sono tutti contenti di rivederlo. Il suo migliore amico, Sick Boy ( alias Johnny Lee Miller), sbarca il lunario gestendo un bordello camuffato da sauna, la cui attrattiva principale è rappresentata dalla sua ragazza dell’est che è sua complice nel filmare facoltosi uomini d’affari intenti a dare adito alle proprie perversioni più represse per poi estorcere loro denaro.

Spud (Ewen Bremner) è colui che più di tutti gli altri è rimasto intrappolato nella vita già rappresentata nel primo film. Devastato dopo vent’anni di dipendenza da eroina, risulta essere il più scoppiato e simpatico del gruppo, sviluppando una sensibilità particolare che si rivelerà la carta vincente della psiche del personaggio.

I protagonisti quindi, si ritrovano in un mondo diverso e che va perennemente di fretta. Lo stesso Renton si ritroverà costretto a cambiare i contenuti dell’ormai famoso monologo sul scegliete la vita, inserendo tratti tipici di questa strana, pazza e a tratti incomprensibile società 2.0.

Tutto cambia ma alla fine tutto torna alla sua fase originaria. Si può scappare dalle città, dalle proprie responsabilità, dalle proprie paure o, più semplicemente, da qualsiasi cosa. Ma non da quello che siamo realmente. Ed è uno dei fattori cardine di questo Trainspotting 2, che proprio sequel non è.

Non si può parlare anche di film cult come per la pellicola precedente, in quanto negli ultimi anni non si fanno più film per il pure e semplice amore per la Settima Arte. Un film bello, che scorre bene e che coinvolge fin dalle battute iniziali lo spettatore più attento. A tratti anche più riflessivo rispetto al primo. Senza ombra di dubbio uno sguardo disilluso sulla nostra sempre più tecnologica e frenetica società, che fa riflettere per la sua immediatezza e per il suo cinismo così diretto come un pugno nello stomaco che ti spezza il fiato e ti lascia senza parole.

 

Hank Cignatta