Z BOYS: COME UN GRUPPO DI RAGAZZINI SURFISTI E CAPELLONI CAMBIARONO PER SEMPRE IL CONCETTO DELLO SKATEBOARD

Bad Literature INC, SkateStory - la storia dello Skateboard

Stati Uniti. Anni Sessanta. Venice Beach. Da sempre considerata dai surfisti uno dei posti migliori dove praticare il surf e cavalcare le onde migliori. Posto stupendo. Mare stupendo. Culi di ragazze stupendi che si aggirano per la spiaggia. Ma questo è un’altro discorso. La nostra storia inizia con il surf ed è saldamente legata alla storia e alla diffusione dello skateboard. Proprio nelle acque della zona tra Santa Monica e Venice Beach un gruppo di ragazzini si divertiva a fare surf, spingendosi fino alle rovine del Pacific Ocean Park. Un tempo questo luna park era considerato il tempo del divertimento fanciullesco, prima che a causa di un incidente i piloni di legno cedettero, facendo affondare parzialmente la struttura. Le spiagge a ridosso di quell’area ben presto vennero abbandonate dai bagnanti, trasformando l’area in un’area fertile per i surfisti in cerca del brivido cavalcando la loro tavola. Un po’ come gli sciatori fuori pista.

Il piacere del pericolo. C’è da dire anche una cosa: quella specifica zona di Santa Monica venne ribattezzata Dogtown, letteralmente la città del cane, a causa della reputazione di zona malfamata che perdura ancora oggi. La società allora era molto più dedita alle cose pratiche rispetto ad oggi, dove dietro il pretesto della tecnologia ci soffermiamo a rincoglionirci e a renderci la vita un vero inferno se non sentiamo la presenza dello smartphone nelle nostre tasche. In un periodo ricco di creatività e idee geniali alcuni surfer si misero in testa di aprire uno dei negozi più rivoluzionari della storia del surf, in grado di dettare le regole nel settore a livello nazionale e non solo. Fu così che Skip Engblom, Jeff Ho e Craig Stecyk aprirono nel centro di Dogtown lo Jeff Ho & Zephir Shop.

L’intenzione dei gestori era anche quella di creare un gruppo di surfisti, composto dai migliori talenti della zona. E in quel team, ribattezzato Z Boys, militarono alcuni adolescenti della zona che praticavano il surf come attività ricreativa e per cercare di sfuggire dai casini che affliggevano le loro famiglie e dallo schifo che vedevano in quella zona malfamata. Gli Z Boys erano quindi così composti: Tony Alva, Stacy Peralta, Jay Adams, Wentzle Ruml, Bob Biniak, Jim Muir, Nathan Pratt e Shogo Cubo. La regola vuole che le onde migliori si trovino al mattino presto. Quindi gli Z Boys dovettero trovare qualcosa da fare per passare il restante tempo della giornata. Fu così che a Skip e agli altri dello Zephir Shop venne in mente di buttarsi sullo skateboard. All’epoca veniva considerata un’attività desueta, fuori moda. Un passatempo per bambini malamente richiuso nell’umido e buio cassetto dei ricordi. In breve tempo questo gruppo di ragazzi trasferirono il loro stile selvaggio di fare surf nel loro modo di andare sullo skate. E rivoluzione fu. I primi modelli sui quali gli Z Boys si esercitavano erano molto grezzi, siccome non se ne trovavano più in commercio.

Fu così che grazie alla loro inventiva e fantasia presero dei vecchi pattini, delle tavole di legno e crearono i primi skate. Il loro stile, dunque, era selvaggio. Ispirato ad una ricerca continua ed ad un tipo di improvvisazione che rendeva tutto così dannatamente naturale e atipico. Gli Z Boys si davano appuntamento nei cortili delle scuole per provare le loro evoluzioni futuristiche, salvo poi gettare le basi per qualcosa che ebbe dell’incredibile. In quegli anni la California venne colpita da una grave siccità che costrinse i proprietari delle case delle famiglie ricche della città a lasciare vuote le piscine nelle quali erano soliti cercare di combattere la calura. Fu così che gli Z Boys si intrufolavano illegalmente nelle piscine di queste proprietà per cavalcarle con i loro skate come se fossero delle onde vere.

Ben presto la voce si sparse non soltanto tra i commissariati di zona, ma anche tra i ragazzini che volevano vedere quel gruppo di scalmanati muoversi su quelle tavole con quattro ruote. Quella vera e propria rivoluzione ebbe il modo di stupire il mondo in occasione delle competizioni nazionali di Del Mar del 1975, dove il team di skater gareggiò con il nome di Zephir Competition Team. Fu come un fulmine a cielo sereno. Tra gli skater presenti alla gara, intenti a cercare di impressionare i giudici esibendosi in varie impennate e facendo le verticali sulle mani, ci furono diverse reazioni. Tra chi non li capiva e li considerava degli spacconi e chi invece voleva cercare di capirne di più riguardo quei movimenti rubati al surf e messi in pratica sullo skateboard, gli Z Boys avevano ufficialmente iniziato a fare la storia. A quel punto la gara vera e propria non contava più nulla. Persino i giudici di gara erano divisi, tra chi non concepiva quello stile aggressivo e selvaggio e tra chi era completamente affascinato nel vedere qualcosa di nuovo.

La “scuola” di Tony Alva, Stacy Peralta, Jay Adams e gli altri ebbe un rapidissimo successo, tanto che nel giro di un anno divenne lo stile predominante nello skateboard. In breve gli Z Boys conquistarono le copertine delle riviste specializzate e numerosi articoli raccontavano, con dovizia di particolari, la vita dei giovani membri degli Z Boys. Divennero delle varie e proprie star, tant’è che ogni ragazzo provò ad imitare i loro trick. Ma con il rapido successo arrivò in concomitanza anche lo scioglimento del gruppo. I ragazzi però si avviarono ad avere una carriera da skater indipendenti. Fu così quindi che Stacy Peralta sfruttò al meglio la sua carriera, arrivando a sfruttare commercialmente le sue foto a diciassette anni grazie ad un produttore per distribuire le sue foto. Tony Alva venne letto come il miglior skater del mondo, creando la sua personale linea di abbigliamento e di skater (la Alva Skateboards) famosa ed apprezzata ancora oggi. L’unico che rimase sé stesso fino alla fine fu Jay Adams, decisamente schivo alle luci della ribalta e disgustato da tutta la pubblicità e il denaro che generò quello che per lui è sempre stato un divertimento.

Decise di skateare per conto suo, avendo una vita turbolenta e diversi problemi con la legge, ma rimanendo sempre fedele ai luoghi in cui è cresciuto e alle persone che gli hanno sempre voluto bene. Morì nell’agosto del 2014 a causa di un’infarto a 53 anni, vivendo e facendo quello che gli è sempre piaciuto fare. Le gesta degli Z Boys e di quegli anni di grande rivoluzione per il mondo dello skateboarding sono stati immortalati e raccontati nel documentario Dogtown and Z-Boys, diretto da Stacy Peralta e nel film Lords Of Dogtown. Grazie allo stile e alle innovazioni portate avanti da questo gruppo di ragazzi il fenomeno generazionale dello skateboard è giunto fino a noi nell’accezione in cui lo conosciamo oggi, grazie anche alla comparsa di campioni di nuova generazione del calibro di Rodney Mullen e Tony Hawk. Ma questa è un’altra storia.

 

Hank Cignatta