LA SOTTILE DIFFERENZA INESISTENTE TRA DESTRA E SINISTRA

Ai più quello che sto dicendo potrebbe sembrare una bestemmia in chiesa ma vi invito a leggere con attenzione e a riflettere.
La seconda guerra mondiale, che ovviamente ha segnato il punto di svolta per la politica italiana, si è formata una coscienza politica che ha diviso la nazione: da una parte una destra radicale, figlia e componente essenziale di quel regime fascista che aveva governato per vent’anni, dall’altra una corrente comunista che aveva nei partigiani il suo massimo esempio e combatteva la dittatura che soggiogava l’Italia. Nel mezzo la parte moderata cattolica che storicamente sta dalla parte del vincitore e che in quel periodo ha avuto un ruolo importante, rendendosi complice della fuga dei criminali di guerra.
La resistenza. Come recita la più famosa canzone simbolo della resistenza: una mattina mi sono svegliato (..) e ho trovato l’invasor.
Quindi lo scopo era difendere i confini nazionali, così come era avvenuto nella prima guerra mondiale, dall’invasione straniera che avrebbe messo a rischio la democrazia.
Volendo fare una forzatura si può dire che la stessa cosa sta succedendo adesso con “l’invasione” degli immigrati. No vi scandalizzi l’accostamento: il termine “invasione” riferito al problema dell’immigrazione è stato usato più volte dai nostri politici sia di destra sia di sinistra.
A dimostrazione di ciò il fatto che si è cercato da parte di tutti gli ultimi governi di controllare il problema con accordi bilaterali, leggi a doc, rimpatri, blocchi portuali e chi più ne ha più ne metta. Ed in parte ci sono anche riusciti.
Quindi il problema è stato riconosciuto da entrambi gli schieramenti, ad eccenzion fatta, forse, di quella parte di sinistra più radicale a favore dell’accoglienza di tutti, almeno a parole spesso non seguita dai fatti quando governava.
Ma allora sul tema difesa dei confini dov’è la differenza tra destra e sinistra? Forse nei modi anche se alla fine si deve sempre fare riferimento alle leggi nazionali e agli accordi internazionali.
E allora cosa serve questa divisione bipolare o, forse, tripolare del panorama politico? Semplicissimo: a buttare fumo negli occhi agli elettori, che ormai parteggiano per uno o per l’altro come fosse una partita di calcio, e conquistare consensi, che portano a governare, che porta a occupare posti di potere, che portano soldi. E tanti. E tutto ciò alla faccia di chi crede alle ideologie.
Però c’è un aspetto ancora più sottile: fintanto che si riesce a far credere che il problema è costituito dallo schieramento opposto si sposta l’attenzione dai problemi veri. E sicuramente uno di questi è che questo è uno stato e non una nazione. Che l’insieme dei territori che lo compongono è disomogeneo. Che ognuno di essi ha tradizioni, cultura, lingua e storia differenti. Che la loro unione è stata una forzatura e sempre lo sarà.
Nel recente passato questa coscienza era emersa e si è cominciato a parlare di questione settentrionale, di macroregioni, di secessione, d’indipendenza. E allora come per magia ecco tirato fuori dal cilindro il bipolarismo, il tifo per uno o per l’altro schieramento, la ricerca del nemico altrove, nella parte  contrapposta o nell’Europa.
Addirittura se si affrontano determinati argomenti veniamo tacciati di parlare di cose vecchie, obsolete, dimenticandosi che il percorso verso l’indipendenza è lungo e lento, se si sceglie la strada della democrazia. E la cosa curiosa è che a dirlo sono quelli che solo fino a qualche anno fa gridavano in piazza: libertà, secessione, bruciamo la bandiera.
Potere del lavaggio del cervello mediatico e del tifo quasi calcistico. E i politici, quelli che vivono di politica, gongolano. Far finta di cambiare per non cambiare nulla.
Che la Catalogna ci tracci la strada.

Roberto Pisani

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