IL PRIMO MAGGIO: LA FESTA DEI POCHI

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Nella giornata del primo maggio si festeggerà come di consuetudine la festa dei lavoratori. Come ogni anno ci saranno (probabilmente) cerimonie, celebramenti, pranzi nei ristoranti e tanto altro. Ciononostante, ora come non mai, è arrivato il momento di distogliere l’attenzione dal solo atto del festeggiare al fine di fare un resoconto che sia il più fedele possibile alla situazione odierna del nostro paese nell’ambito del lavoro.

La festa del primo maggio è in realtà una festa per pochi

Perché diciamo questo? Ebbene, il motivo è molto chiaro: moltissime persone, purtroppo),sono disoccupate (quasi 3 milioni), e se lavorano sono perlopiù precari (i precari sono quasi 4 milioni), sottopagati, o addirittura in nero. In questo quadro alquanto triste, va poi detto che ci sono moltissimi inattivi, cioè le persone che non cercano lavoro (presumibilmente perché hanno perso la speranza). Il breve, ma tristissimo resoconto non può che farci porre una domanda, o forse più di una: alla base di tutto quello che abbiamo analizzato qual è la vera definizione di lavoro in Italia? Una volta estrapolata la definizione basilare, è possibile presuppore che il concetto di lavoro in Italia garantisca l’autosufficienza economica verso l’alto costo della vita che è presente nel nostro paese?

La situazione potrebbe migliorare?

La situazione odierna sembrerebbe non essere delle più rosee. In tutto questo c’è chi pensa che tutto questo migliorerà col tempo, ciononostante è bene prendere in considerazione il fenomeno dei Neet, ovvero i giovani che non studiano e non lavorano; ebbene, in Italia va registrato che c’è un vero e proprio esercito di ragazzi che purtroppo non riescono a ritagliarsi un posto nella società; da tutto questo non possiamo che porci una domanda: se ci sono moltissimi giovani che non fanno nulla, com’è possibile prospettare un miglioramento futuro?

Un esercito di persone che fanno un “lavoretto”

Altro tasto dolente della nostra situazione. Nel nostro paese hanno messo piede moltissime multinazionali, tra cui quelle dei fast food. Fin qui nulla di strano, dopotutto siamo nel regime economico capitalistico. Ciononostante tutto questo ha avuto una svolta abbastanza infelice: cioè il regime di sfruttamento operato ai danni dei fattorini che consegnano cibi e bevande. Analizzando bene il fenomeno va riscontrato che la stragrande maggioranza delle persone che esercitano la professione di fattorino operano secondo modalità alquanto discutibili: innanzitutto usano prevalentemente un mezzo di trasporto a 2 ruote (che può essere il ciclomotore, ma anche la bicicletta) e tutto questo ne consegue che i fattorini operano diverse volte, in condizioni atmosferiche dure.
Come se tutto questo non bastasse, hanno tempi di consegna piuttosto brevi (altrimenti incorrono in determinate conseguenze) e tutto questo presuppone che i ritmi di lavoro siano alquanto stressanti. Per completare il quadro, non possiamo non riportare che la maggioranza delle persone non assumono la figura del semplice dipendente, ma piuttosto del libero professionista che adopera mediante l’apertura della partita iva (quindi non viene pagato per le malattie e le ferie).
Anche se queste persone fanno dei turni abbastanza duri, abbiamo preferito usare il termine “lavoretto” per un semplice motivo: quando i rider (ovvero chi lavora tramite bicicletta) hanno manifestato il loro dissenso chiedendo delle concessioni, sono stati respinti con la motivazione che il loro è un “lavoretto” per arrotondare.
Anche se il fenomeno dei rider è prevalentemente rivolto verso il mondo dei giovani, va detto che anche le persone over 40 e 50 fanno parte di questi lavoratori attivi.

Gli stage  e i tirocini

Per stage si intende un percorso lavorativo in un’azienda dove le persone intraprendono un percorso di formazione.
Fin qui non molto da commentare, se non fosse per il fatto che col tempo, questi stage interessano sempre più neolaureati che occupano mansioni non in linea con gli studi che hanno intrapreso, altre volte c’è da registrare che le persone lamentano che solitamente eseguono azioni alquanto strane (come un’intera giornata scandita dal portare fotocopie o caffè). In tutto questo va menzionato che la paga, se c’è, è bassissima, mentre altre volte non c’è (ricordiamo che il fenomeno degli stage interessa prevalentemente persone che hanno investito soldi, tempo e fatica negli studi universitari). Per concludere il discorso degli stage, va detto che una volta finito il percorso, difficilmente lo stagista, verrà assunto come normale dipendente (a tempo determinato o indeterminato).

Se il mondo degli stage sembra già molto duro, purtroppo dobbiamo riscontrare che il mondo del tirocinio è fatto prevalentemente della stessa pasta.
Non possiamo non menzionare che purtroppo, ci sono lavoratori che, finito il loro percorso di studio, sono usate da diverse persone per lavorare a basso costo. In tutto questo è bene concludere che difficilmente, la persona che ha intrapreso e finito il tirocinio verrà assunto nel posto in cui ha lavorato; dopotutto secondo diverse logiche, è meglio assumere attraverso il sistema del tirocinio altre persone (per avere sempre manodopera a basso costo) in un turnover infinito.

Il concetto del lavoro in Italia studiato mediante le leggi

Non possiamo che parlare del “Jobs Act“, voluto dall’allora governo composto per la maggioranza dalla coalizione di centro-sinistra.
Quando c’era la fase promozionale della famosa legge, i vertici del governo dissero che tale iniziativa, qualora si fosse tramutata in legge, avrebbe promosso il lavoro, quello vero.
Nei primi momenti va registrato che effettivamente c’è stato un aumento dei contratti a tempo indeterminato; ciononostante, questo trend è terminato 2 anni dopo l’entrata in vigore della legge, poiché sono venuti meno i fondi per gli sgravi contributivi.
Dopo questo periodo, purtroppo c’è stato un boom dei contratti a tempo determinato.
Per concludere l’analisi del Jobs act, va detto che la stragrande maggioranza dei beneficiari sono stati gli over 50.

Ora andremo a parlare del “Decreto Dignità“, la legge voluta dall’attuale ministro del lavoro Luigi di Maio. Il testo è molto complesso e tratta di svariati campi, però noi ci occuperemo prevalentemente di ciò che concerne il mondo del lavoro.
La legge diminuisce la durata massimale entro cui si possono fare i contratti a tempo determinato (portando il termine da 36 mesi a 24 mesi). Anche se l’iniziativa è stata ricalcata come un successo (dai vertici del m5s), va detto che tale manovra non è esente da critiche: secondo diverse fonti, tutto questo non ha combattuto la precarietà, ma anzi, l’ ha aumentata.

In tutto questo non possiamo non parlare dei “voucher”, un sistema di pagamento che è stato battezzato come l’emblema dello sfruttamento e della precarietà. In sintesi, tale sistema di pagamento prevedeva la retribuzione netta di 7,5 euro l’ora.
L’appetibilità dei voucher ha consentito a moltissimi imprenditori di ingrossare le file del proprio organico senza concedere i diritti propri dei lavoratori a chi veniva retribuito mediante tale metodologia.

 

Conclusioni

Siamo ben consci che non basta un articolo a far luce sulla situazione lavorativa in Italia. auspichiamo tuttavia che la lettura di tale scritto possa stimolare un’ attenta curiosità da parte del lettore per indagare sulle peculiarità della nostra situazione.
E’ ben chiaro che il lavoro, quello reale, esiste ancora, ciononostante va detto che col passare del tempo, sono sempre di più le persone che non rientrano a tutti gli effetti nella categoria dei lavoratori, quelli veri (in questo caso è bene parlare perlopiù di oppressi), e in tutto questo, perciò, va detto che purtroppo, lo Stato e il sistema imprenditoriale italiano hanno in qualche modo contribuito alla depressione del mondo del lavoro.

 

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Immagine in evidenza presa dal sito “Pixabay”.

Marco Galletti.