L’INCREDIBILE “POTENZA DI FUOCO” DEL NUOVO ALBUM DEI JUDAS PRIEST

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Gente, ci siamo. Il nuovo album  dei Judas Priest è davvero una potenza. Una potenza di fuoco, come appunto recitano il titolo del disco e la title track che apre la diciottesima fatica in studio dell’heavy metal band britannica. Firepower manda in cenere le casse del vostro impianto fin dai primissimi minuti di ascolto con graffianti riff di chitarra, una batteria che picchia davvero duro e la voce del cantante Rob Halford che continua ad essere una delle più iconiche nonché migliori del genere. Quando poi sei una delle band heavy metal più importanti ed influenti della storia, in grado di diventare il sinonimo stesso di quel tipo di musica che va ascoltato al massimo volume per carpire il meglio delle emozioni che è in grado di trasmettere, ci sono solo due opzioni. Sfornare un album senza troppe pretese, che si aggiunge ai capolavori che ti hanno permesso di fregiarti del titolo di Gods Of Metal oppure cimentarti nella (quasi) impossibile impresa di creare qualcosa di grandioso, in grado di dimostrare che in fin dei conti il tempo che passa è solo una variabile. Se l’acciaio resta  inossidabile, lo è anche la tempra dei Judas Priest. Il gruppo di Rob Halford e soci tornano a riprendersi quel trono che spetta loro di diritto, riuscendo a centrare in pieno l’obiettivo, solamente sfiorato con il precedente album Redimer Of Souls del 2014. Ma avanziamo per gradi. Già la copertina del disco è una sorta di richiamo al passato, ad uno dei marchi di fabbrica del gruppo.  Tra i tanti fattori da analizzare che stanno alla base del successo di Firepower ci sono anche i produttori Tom Allom e Andy Sneap, i quali hanno avuto modo di lavorare con la band ai tempi di Defenders Of The Faith Screaming For Vengeance. I graffianti riff delle chitarre di Glen Tipton e Richie Faulkner esplodono in tutta la loro potenza nel primo brano del disco, nonché title track che dona alla traccia quel sound unico che ha reso immortale la band. Menzione particola merita anche la potente estensione vocale di Rob Halford, il quale, alla veneranda età di sessantasei anni, proprio non ci sta a farsi definire un vecchietto del metal. In Ligthing Strike si può notare l’abilità strumentale alle pelli del batterista Scott Travis, in grado di donare un tempo granitico al brano, impreziosito dalla grinta delle chitarre della collaudata coppia Tipton/Faulkner e dai vertiginosi virtuosismi vocali di Halford. In generale il disco è la perfetta cartina tornasole dello stato di salute di una band che (per fortuna) ha ancora tanto da dare alla causa dell’heavy metal. E in tempi in cui idoli di cartapesta raggiungono il successo senza essere in grado di incidere una tacca all’interno di un panorama musicale in costante agonia, la prova dei Judas Priest è ampiamente superata a pieni voti. Il British Steel continua a splendere più che mai.

Hank Cignatta