SLOW SMOKING AL SALONE DEL GUSTO DI TORINO

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Avete presente quell’istante unico nel suo genere, capace di trasformare un’esperienza da banale a grandiosa?

Situazioni con le quali ci si interfaccia per puro caso del destino, che ogni tanto decide di togliere il suo lungo e ossuto dito dal culo di noi poveri comuni mortali per darci la possibilità di vivere momenti irripetibili.

Sembra una stronzata da romanzo rosa, ma in questi tempi in cui si va sempre di fretta ed in cui  abbiamo lo sguardo perennemente abbassato sullo schermo del nostro beneamato telefono intelligente è un dettaglio da non sottovalutare. Proprio per niente. Avevo bisogno di cogliere la giusta situazione nel giusto momento. E quello che mi ostino a chiamare fato avrebbe fatto tutto il resto.

L’occasione giusta si è presentata nel corso del Salone del Gusto, che per cinque giorni ha reso Torino un piacevole crocevia di culture e tradizioni, facendola uscire dal suo Appendiniano piattume (o pattume n.d.e). Giungo al complesso fieristico del Lingotto, dove vengo letteralmente investito da un melting pot olfattivo proveniente dagli stand dei Paesi ospiti. In un secondo posso spaziare dagli Stati Uniti al Messico passando per l’Islanda e il Malawi per mezzo di sapori e tradizioni che scardinano il disgustoso paraocchi del gentismo.

Durante il  mio giro del mondo in ottanta stand ho modo di essere stregato dalla bellezza di fanciulle australiane, georgiane, islandesi, giapponesi e russe, le quali mi fanno capire che quello dell’amore è davvero l’unico idioma in grado di accomunare ogni essere vivente su questo strano e pazzo mondo.

Ebbro dei profumi dei cibi e del fascino femminile di tutto il mondo riunito nei loro costumi tradizionali proseguo errando nei vari padiglioni della manifestazione, che si estende in una diversa sala che ospita le specialità tipiche di molte regioni italiane. Tra divagazioni enogastronomiche e conferenze tenute da esperti del settore che si propongono di trovare (a parole) la soluzione alla fame nel mondo mi avvio soddisfatto ma non pago verso l’uscita.

Costeggio i 70.000 metri quadrati del centro fieristico giungendo all’ingresso dove alcuni foodtrack di cibo di strada ingolosiscono i sensi dei presenti con il profumo dei loro piatti pronti da consumare sul posto e noto una delle cose che avrebbe dato un senso alla mia giornata nonchè alla mia personale esperienza di questo Salone del Gusto.

Davanti a me si para un gazebo mobile della Manifattura Sigaro Toscano, dove due individui sono intenti ad intrattenere un pubblico accorso ad ascoltarli. Lesto come una faina mi avvicino incuriosito, riuscendo a trovare un posto a sedere verso quella che sarebbe stata una delle più potenti esperienze sensoriali dell’ultima parte di questo incredibile 2018.

Una volta trovato posto al mio tavolino una ragazza mi porta un sigaro della categoria Extravecchio, una scatola di cerini di legno di pioppo e un bicchierino. Accanto a me altre persone ascoltano i relatori intenti a fumare i loro sigari e quindi non aspetto un minuto di più ad iniziare la degustazione. Mentre apprezzo il gusto corposo di quell’opera d’arte che sta andando in fumo tra le mie dita un signore corpulento istruisce i presenti sulle fantastiche sensazioni che quel sigaro è in grado di dare al fumatore.

Il tutto viene esaltato dalla degustazione di Vernaccia, un vino liquoroso sardo che ben si accompagna alla corposità particolare del sigaro. Intanto una bella ragazza bionda avvolta in un tubino nero ed aderente passa a versare una quantità di quel nettare liquoroso nei bicchieri dei presenti, permettendo al mio sguardo di soffermarsi sulla sua bellezza.

Prendo il bicchiere, lo muovo e mi inebrio di quel piacevole profumo.  Il nuovo relatore snocciola con un marcato accento toscano dati di vendita dell’azienda e decanta il modello imprenditoriale italiano che, a detta sua, ci viene invidiato in tutto il mondo.  Tralascio le cazzate e mi concentro su quel momento unico. E proprio in quell’istante il nuovo relatore pone l’accento su come il punto di forza del sigaro Toscano sia da ricercarsi nel momento di tranquillità in cui esso viene consumato. Non è un fumo ossessivo-compulsivo come quello della sigaretta. E’ una vera e propria esperienza.

Aspiro il mio fumo, chiudo gli occhi e sono dall’altra parte del mondo. Un momento di estasi, di puro piacere. Quel momento della giornata in cui chiunque di noi si allenta il nodo della cravatta per reimpossessarsi della sua umanità .Ed è così che ha luogo il mio momento esticazzi, che significa trovare la propria isola di tranquillità mentre tutto attorno va pericolosamente di fretta. Mentre il mio sigaro termina la sua breve ma intensa esistenza anche quella piacevole gita all’interno del slow smoking giunge al capolinea e con esso il mio momento esticazzi, decisamente più unico che raro.

Hank Cignatta