EMINEM IL TRASFORMISTA: DA SLIM SHADY A RAP GOD. LE MILLE ANIME DI UN TALENTO FENOMENALE

Autopsie, Bad Literature INC

Entro nella mia sala autoptica. Mi metto dei guanti di lattice nero e, in religioso silenzio, mi metto a sfogliare la mia massiccia collezione di CD. In una società così pretenziosamente tecnologica come la nostra, in cui tutto sta diventando così effimero da essere magicamente comodo ma dannatamente effimero come la digitalizzazione di ogni qualsivoglia testimonianza del passaggio e dell’ingegno dell’Uomo, un vasto catalogo musicale su supporti ottici fisici come i CD è un chiaro segno del mio avanzamento anagrafico. Probabilmente un giorno la mostrerò con fierezza a una masnada di nipoti svogliati nell’ascoltare gli sgangherati racconti di gioventù di un vecchio appassionato di musica che si è rovinato l’udito ascoltando i suoi artisti preferiti all’ultimo volume.

La mia ricerca ha un fine quando riesco a trovare alcuni degli album fondamentali della discografia del rapper di Detroit. E proprio su di lui il mio bisturi, dalla lama affilata e scintillante, si posa per cercare di comprendere la grandezza di un’artista in grado di essere sempre al centro del successo senza essere mai banale. La prima volta che ascoltai un brano di Eminem avevo diciassette anni. La tv era una distrazione che faceva compagnia in tempi in cui Facebook, Youtube e Twitter sarebbero suonati come strani insulti in una lingua che sia io che la maggior parte dei miei coetanei studiavamo a scuola fin dalle elementari. La mia televisione era perennemente sintonizzata sul canale televisivo più “in” tra i giovani.

Era il periodo in cui Mtv era in grado di fare divulgazione musicale ai giovani, grazie anche ad un ampia scelta di artisti che avevano qualcosa da dire e lo facevano in un modo decisamente geniale. Per carità, non sono di certo mancati gli aborti discografici che ammaliavano la maggior parte del target a cui i programmi del network musicale statunitense si rivolgeva. Ma per fortuna si poteva spostare l’attenzione verso artisti che meritavano davvero (ah, e i talent show non erano ancora arrivati ad inquinare l’industria discografica mondiale). Fu così che tra la messa in onda dei video di Jennifer Lopez, Britney Spears e boy band varie il video di un nuovo artista rapì completamente la mia attenzione. Era un ragazzo magrolino, con i capelli ossigenati biondo platino, un sacco di tatuaggi, con dei vestiti di due taglie più grandi rispetto alla sua e una metrica in grado di frantumare qualsiasi cassa pompasse la sua musica.

Quel ragazzo stava sputando delle rime su una base che in breve tempo si incastrò in maniera permanente nelle mie sgangherate sinapsi. Mi ritrovai poi giorni dopo a canticchiare quello che era il ritornello di The Real Slim Shady, che nel giro di una settimana divenne uno dei video più trasmessi da Mtv. Ma ascoltare solo quella canzone non mi bastava più. Ero curioso di ascoltare tutto l’album da cui era estrapolata The Real Slim Shady. Così appena riuscì ad avere qualche soldo mi fiondai letteralmente nel negozio di dischi del mio quartiere per poter mettere le zampe su The Marshall Mathers LP. Arrivato a casa ballai come uno stupido mettendo subito la canzone che imparai a conoscere grazie ad Mtv, per poi scoprire un disco pieno di canzoni dal ritmo travolgente.

Ma quell’album non era soltanto una tracklist composta da alcuni pezzi che facevano muovere il collo in maniera incontrollata. Con il tempo imparai anche ad apprezzare il contenuto dei testi di quelle canzoni, ammirando ulteriormente  la vena artistica e stilistica  di Eminem. Infatti, Enimem era molto di più di quella semplice canzone che veniva trasmessa venti volte al giorno dal mio canale musicale preferito. Quella canzone, fin dal suo titolo, nascondeva un significato intrinseco ben più grande e introduceva un personaggio incredibile. Slim Shady ( lo smilzo oscuro, traducendolo mooolto alla buona) è l’alter ego dell’artista Eminem e dell’umano Marshall Mathers III.  Proprio attraverso la “maschera” di Slim Shady Eminem riesce a scrivere rime taglienti come lame e ad essere un caustico analista della società americana. Diventa in breve tempo un vero fiume in piena, dove prende di mira tutti all’interno dei testi delle sue canzoni.

Celebrità, politici, persone comuni e usi e costumi della tradizione statunitense. Attraverso i suoi brani Eminem riversa tutta la sua esperienza vissuta prima di diventare uno degli artisti più apprezzati del panorama rap mondiale. E se The Marshall Mathers LP è stato considerato uno degli album rap più importanti di tutti i tempi secondo una lista stilata dalla prestigiosa rivista americana Rolling Stone, una menzione speciale merita anche un’altra fatica in studio del rapper di Detroit, ovvero The Eminem Show. Vincitore di numerosi e prestigiosi premi, viene considerato uno degli album più rappresentativi di Eminem dove il rapper gioca funambolescamente con alcuni degli elementi che sono stati alla base dei suoi primi lavori. Nel disco sono presenti tracce come Without Me, aspra critica al mondo dello spettacolo, della politica e alle tendenze di cultura del periodo.

Viene anche analizzato il turbolento rapporto con la madre di Eminem, Debbie Mathers, all’interno dell’intima ed autobiografica Cleanin’ out my closet. Come avviene per ogni qualsivoglia personaggio in grado di dare un calcio al nauseabondo perbenismo di facciata di cui è impegnata la società americana (e non solo quella statunitense), ben presto Eminem finì al centro di numerose polemiche a causa dei contenuti dei testi delle sue canzoni. Nel periodo in cui l’America cercava di scaricare le colpe dei suoi problemi su un’altro grande artista del calibro di Marilyn Manson (che duetterà proprio con Eminem in una versione di The Way I Am), che proprio in quel periodo stava consolidando la sua carriera, le associazioni cristiane, quelle dei diritti umani e la politica americana iniziava a puntare il dito anche contro Eminem.

Il rapper venne ben presto accusato di essere un misogino, razzista, omofobo e causa di tanti altri mali del mondo (compreso quello di essere l’autore dell’incendio di Roma, per intenderci) per i contenuti decisamente poco ortodossi delle sue canzoni. Stare sul cazzo all’universo è un mestiere difficile, ma qualcuno deve pur farlo. Ed Eminem non si è di certo tirato indietro. Ma quello che è riuscito a fare attraverso le sue canzoni che oggi, a distanza di anni, vengono considerate alcune delle più belle della storia recente del rap, è qualcosa in grado di rimanere scolpito per sempre nell’Olimpo della musica mondiale. Eminem è stato anche in grado di abbattere le barriere all’interno di quello che io considero razzismo di ritorno, riuscendo ad imporsi e a guadagnarsi il rispetto all’interno di una realtà musicale molto ristretta dove non era concepibile potesse esserci posto per qualcuno che non era nato e cresciuto nei ghetti neri americani.

Proprio le difficoltà del riuscire ad affermarsi all’interno di un mondo molto ristretto come quello del rap/hip hop americano è descritto in maniera magistrale nel film autobiografico 8 Mile, che ripercorre la strada all’ascesa di Eminem. Il tempo passa e il mondo si è ormai accorto del talento di Marshall Mathers. I premi fioccano, tra cui numerosi Mtv Awards e un Oscar nel 2003 alla migliore canzone proprio per 8 Mile. Recentemente ha fatto alcuni incursioni nel mondo del pop. Plasmando il suo stile unico e facilmente riconoscibile in alcune canzoni che si discostano da altre sue produzioni, quali I’m not afraid Love the way you lie, riuscendo comunque ad essere un punto di riferimento iconico del rap in grado di mettersi al servizio di un genere musicale all’apparenza così diverso dal suo. Ma dopo questa digressione Eminem sembra essere tornato quello di un tempo.

Nel 2013 da alle stampe il suo ottavo album in studio, intitolato The Marshall Mathers LP 2, chiaro riferimento e ideale continuazione del disco pubblicato nel 2000 e che gli ha dato notorietà internazionale. Come segnale di ritorno allo stile che lo ha reso famoso Marshall si tinge nuovamente i capelli di biondo, chiaro ritorno del suo alter ego Slim Shady. Dal suo nuovo disco vengono estratti diversi brani, tra i quali spicca senza ombra di dubbio Rap God, dove il rapper riesce a pronunciare 1560 parole in 6 minuti e 4 secondi, per una media di 4,28 parole al secondo (cit. Wikipedia).

Eminem è diventato quindi ufficialmente un Rap God, diventando di fatto un personaggio in grado di dire la propria attraverso il suo stile inconfondibile senza scendere a compromessi. E tra pochi giorni sarà pronto a tornare con un nuovo lavoro in studio intitolato Revival, tornando sulle scene dopo quattro anni di “silenzio”. Ed è proprio il caso di dirlo: Guess who’s back, back again, Shady’s back, tell a friend.

Hank Cignatta