I TITANI DEL ROCK SONO I VERI SALVATORI DEL GENERE? ANALISI DI UNA CRISI GENERAZIONALE A COLPI DI ASSOLO

Autopsie, Bad Literature INC

E’ ancora necessario farsi delle domande in un mondo in cui i gusti musicali sono dettati dai talent show? Molto probabilmente no. Ma credo che sia lecito nella mente di chi ancora conserva un debole desiderio di costruirsi una cultura musicale, senza ingoiare anonimamente tutto quello che viene proposto dai mass media e da chi decide che questo o quell’altro artista deve necessariamente avere successo. La questione diventa ancora più imbarazzante in un panorama un po’ in crisi come quello della musica rock, dove i grandi dinosauri inossidabili del genere continuano a saltellare sui palchi di mezzo mondo nonostante la loro veneranda età e i segni di una vita di eccessi che, inevitabilmente, iniziano a presentare il conto.

Nei peggiori dei casi capitano annate terribili come quel 2016 che ci siamo appena lasciati alle spalle e che si è portato con se parecchi nomi noti della musica e dello spettacolo. In altri invece si deve fare i conti con la dura realtà. Questo discorso non si limita solo al genere rock, ma a tutti i generi in maniera indistinta. Per quanto riguarda il pop è ancora fresca la ferita per la perdita di un personaggio poliedrico e carismatico come George Michael. E i guai non sembrano di certo voler finire. La sensazione che si ha è che siano finiti i tempi in cui grandi artisti potevano raggiungere le luci della ribalta e il successo internazionale grazie alle loro trovate e a canzoni in grado di entrare di diritto nel nostro immaginario collettivo.

Ma davvero dobbiamo essere costretti a vivere di ricordi? Riesumare dai vecchi e polverosi cassetti della memoria musicale dei successi che nessuno apre essere in grado di eguagliare? Le domande sono inevitabilmente numerose e le risposte sempre più esigue. In questi anni abbiamo anche assistito al dilagante successo dei talent show. E per un certo periodo ci hanno fatto credere che per avere un minimo di visibilità in questo Paese bisognasse per forza passare attraverso il giudizio insindacabile di tre o più giudici, intenti a decidere il destino di chi poteva continuare ad accarezzare il sogno di raggiungere l’agognato successo oppure ritornare ad odiare la propria occupazione di tutti i giorni ma senza darsi per vinto.

Nelle ultime edizioni sanremesi ( per quanto di per se come kermesse ha perso di spessore e smalto nel corso degli anni) presenta dei concorrenti provenienti per la maggior parte dal mondo di questi show che spremono chi riesce ad aggiudicarsi la vittoria finale. Un successo studiato a tavolino, della durata di due o tre anni. Poi il rumoroso seguito che aveva seguito l’artista o il gruppo in questione va via via a scemarsi sempre più. Un po’ come la fiducia nei confronti di un industria in grado di trovare dei talenti capaci di creare qualcosa di significativo e duraturo.  Non c’è da stupirsi se non ci ricordiamo il nome del brano o dell’artista che si è aggiudicato la vittoria nelle edizioni di Sanremo degli ultimi dieci anni.

Tutti artisti che hanno lasciato il tempo che hanno trovato. O canzoni talmente fastidiose da essere canticchiate nel lasso di tempo che intercorre a caricare una grossa quantità di catarro da sputare sull’anonimo asfalto di un marciapiede qualunque della memoria collettiva. Stagnazione creativa, quindi. Un termine che ho usato più volte per cercare di esprimere un periodo talmente monotono da piegarsi sulle noiose motivazioni delle proprie colpe. Ecco quindi che i grandi titani del rock riprendono gli strumenti in mano e continuavano a fare quello che fanno da una vita. Suonare, far emozionare i propri fan e portare avanti la storia di un genere che corre il serio rischio di sparire tra le note vagamente pop delle nuove produzioni. I Rolling Stones tornano alle origini blues del genere e della loro carriera.

E tra una ruga e un effetto collaterale di una vita dedita agli eccessi continuano a sudare e a calcare i palchi di mezzo mondo. Riuscendo anche in imprese storiche, come il concerto a Cuba prima della dipartita del Leader Maximo. Ma possibile che in tutto questo non ci sia nulla di nuovo che possa emergere e cercare di creare un nuovo corso creativo? Certo che qualcosa di nuovo c’è. Ma non tutti sono disposti a passare necessariamente davanti alle telecamere di un network e dal giudizio di individui alla disperata ricerca di dare un nuovo corso ad una carriera che si avvia troppo velocemente al sole, come un triste Icaro dei tempi moderni.

La crisi generazionale (e musicale) del rock viene quindi combattuta a colpi di assoli tra chi è stato in grado di fare la storia del genere e chi invece strimpella quattro accordi nella speranza di trovare qualche accordo per sottoscrivere un contratto discografico che possa dare spazio ai motivati catchy di canzoni che avrebbero fato meglio a rimanere tra le contorte stanze della mente dei propri autori. Ci sarà quindi ancora speranza per un genere musicale che nel corso degli anni è stato in grado di cambiare ed adattarsi in base alle mode e alle esigenze del momento ma che finora è sempre sopravvissuto?

Hank Cignatta