QUEENS OF THE STONE AGE, LA STRAFOTTENZA SONORA AL POTERE

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I Queens Of The Stone Age sono ormai una certezza all’interno del rock moderno. Diventati famosi grazie anche al loro chitarrista, cantante e unico membro fondatore a far ancora parte della band dalla sua fondazione Josh Homme, hanno saputo portare all’attenzione di un pubblico più ampio il mondo del cosiddetto Stoner Rock.

Le loro sonorità infatti, hanno la classica attitudine rock di completa strafottenza nei confronti di ciò che li circonda: se ne fottono se qualcuno agita il proprio ditino da benpensante per accusarli di essere l’ennesimo strumento sonoro per veicolare il verbo del Signore degli Inferi, se ne fottono se qualcuno li reputa un gruppo di poca importanza e se ne fottono dei blasonati riconoscimenti e di ricercati premi luccicanti. Per loro la cosa più importante è fare musica e farla al meglio.

Correva il 2003 quando il povero stronzo che vi sta scrivendo venne a contatto per la prima volta con i Queens Of The Stone Age: perennemente sintonizzato su Mtv, ero impegnato a farmi i fatti miei quando venni letteralmente rapito dal ritmo di No One Knows. Mi rimase in testa per una buona settimana, accorgendomi che aveva avuto lo stesso effetto anche su gran parte delle persone che incontravo, di alcuni miei compagni di classe e della mia cerchia di amicizie.

Corsi subito nel negozio di dischi del mio quartiere per saperne di più. Una volta esposta la mia sete di conoscenza su questa band al proprietario, con calma serafica mi sventolò sotto il mio grugno allora imberbe un album dalla copertina rossa, al cui centro capeggiava il disegno nero di un forcone recante nella parte superiore il nome della band e sotto il titolo dell’album, Song For The Deaf. 

In tempo zero arrivai a casa e lo misi nello stereo, ascoltando come prima traccia No One Knows, che ha avuto il potere di incastrarsi tra le mie malandate sinapsi come una moderna nenia in salsa Stoner Rock e in seguito Song for the Dead, una vera e propria tempesta sonora capace di farti saltare come un pazzo per tutta la casa e lasciarti a terra con fratture multiple e scomposte.

Poi, ad un ascolto più attento e tranquillo, si prende coscienza di come quell’album introduce nello stile scanzonato e casinista della band californiana, che non ha mai rinunciato alla sua verve sarcastica e pungente neanche durante i vari cambi di formazione avvenuti nel corso degli anni.

Quella stessa strafottenza la si può notare (a fasi alterne, s’intende) anche nel corso dei lavori successivi del gruppo di Josh Homme, dove hanno avuto modo di affinare il proprio stile e di sperimentare grazie a collaborazioni con diversi artisti del calibro di Dave Grohl, Billy Gibbons degli ZZ Top, Trent Reznor dei Nine Inch Nails e tanti altri.

Volete ascoltare dunque un gruppo mai banale, capace di generare orgasmi e sedute di pogo in qualsiasi posto vi troviate? I Queens Of The Stone Age fanno al caso vostro. Garantisce quella gran faccia di cazzo di Josh Homme.

 

 

Hank Cignatta