BOHEMIAN RHAPSODY, THE MOVIE

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Bohemian Rhapsody si.
Bohemian Rhapsody forse.
Bohemian Rhapsody decisamente no.

Questa recensione, che mi piace definire più una sorta di “tossico” punto di vista, arriva a ben quattro mesi di distanza dall’uscita nelle sale italiane del film sulla storia dei Queen e di Freddy Mercury. Giusto il tempo per lasciare aperta la finestra sugli infissi della storia per fare arieggiare la stanza dove, finora, si sono susseguiti pareri e sentimenti contrastanti.

Pareri il più delle volte non lucidamente obiettivi, che faticano a prendere in considerazione una serie di fattori che caricano di eccessive aspettative e responsabilità un film che non vuole essere nient’altro che la celebrazione di uno dei gruppi più importanti della storia del rock e di uno dei più grandi talenti musicali di sempre.

Ciò premesso, bisogna ammettere che c’è più di un motivo se, tutt’ora, il film Bohemian Rhapsody sta continuando a riscuotere successi a livello planetario: per la buona pace degli odiatori seriali e degli onniscienti da tastiera che trovano nei social network il loro habitat ideale per rovesciare bile, questo è un film che funziona. Rami Malek è riuscito nel non semplice compito di dare una sua personale interpretazione di un personaggio talmente eclettico ed istrionico come Freddie Mercury e capace di  dare intensa continuità narrativa per tutta la durata del film.

Un’icona musicale e culturale, quella di Freddie Mercury, decisamente unica e, in quanto tale, dannatamente non facile da mettere in scena e da emulare.
Vi siete mai chiesti perché non esistesse nessun film sulla vita di Mercury e dei Queen prima d’ora? Il successo di questo film è la migliore risposta a tale quesito (attualmente è il biopic musicale di maggior successo nella storia del cinema).
Malek riesce ad ammaliare grazie alla sua recitazione accurata fin nei minimi dettagli.
Ogni gesto, ogni vezzo, ogni dettaglio anche all’apparenza più banale viene  recitato dall’attore americano di origini egiziane con impressionante fedeltà, frutto di uno studio maniacale del personaggio da interpretare.
Ma quello che rende il tutto vincente è che non è un banale scimmiottamento di un artista geniale e magnetico, ma un tributo vero e proprio nato dall’esigenza di mettere in scena qualcosa che fosse il più vicino possibile alla realtà (seppur con il beneficio del dubbio su qualche parte romanzata, ma fa parte dello “show”).

Le critiche come in ogni ambito della vita e purché costruttive, ci stanno, ma devono avere solide fondamenta altrimenti rimangono altre parole gettate nell’ormai saturo filtro del ricircolo d’aria della libertà di espressione, che è sacrosanta ma di cui qualcuno, a volte, abusa in modo decisamente marchiano.
D’altro canto non è neanche semplice realizzare un film che parli di un gruppo o di un artista poiché ognuno di noi ne ha una personale percezione ed idealizzazione.
Bohemian Rhapsody riesce laddove altri film del medesimo genere hanno miseramente fallito.
Ricordate, ad esempio, il film sui Doors  del 1991 diretto da Oliver Stone con Val Kilmer nei panni di Jim Morrison?
I Doors e lo stesso Morrison meritavano una simile raffazzonata rappresentazione cinematografica?

D’altro canto questo è un biopic e non un documentario.
Se avessimo voluto un prodotto che fosse una cronaca pura e semplice della vita dei Queen e di Mercury a quest’ora staremmo discutendo della bontà di “quel film girato tra la realizzazione di questo o quell’album”, ed anche se ci fosse stato lo stesso Freddie in persona a parlare, qualcuno avrebbe trovato da ridire.
In tempi in cui il cinema, in costante crisi di idee, ha bisogno di riciclare vecchie glorie ed il cosiddetto concetto di reboot pare essere il nuovo dogma, qualcosa di nuovo capace di farci riflettere e discutere fa decisamente piacere.

Hank Cignatta