L’UCCELLO PIU’ STUPIDO NON E’ IL TACCHINO

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I Pearl Jam hanno concluso il loro tour italiano a Roma, tornando nella capitale dopo ben 22 anni. Per una notte lo Stadio Olimpico diventa quindi il luogo dove si incontrano le emozioni che solo la musica della band capitanata da Eddie Vedder è in grado di trasmettere.

Chi li conosce sa che il gruppo di Seattle combatte da sempre battaglie sociali che li rendono anomali ma allo stesso tempo unici all’interno del panorama musicale internazionale. Nel corso della loro carriera hanno partecipato a concerti a favore dell’indipendenza del Tibet e hanno intrapreso una battaglia legale (poi persa) contro Ticketmaster, agenzia di distribuzione di ticket di concerti, accusati dai Pearl Jam di impiegare una politica non corretta sul prezzo di messa in vendita dei biglietti.

E nel corso del loro concerto romano la band americana ha preso posizione riguardo la questione italiana sull’immigrazione, tema caldo che in questi giorni sta tenendo banco nelle discussioni da ombrellone insieme a chi riuscirà a vincere questi mondiali che si stanno disputando in terra Putinana.

Sempre in quel concerto Eddie Vedder, voce e uomo immagine dei Pearl Jam nonchè dello stesso movimento Grunge, ha intonato una cover di Imagine di John Lennon, dedicandola ai migranti ed esortando il governo italiano ad aprire i porti. Immediata la replica della cantante Rita Pavone, la quale ha rintuzzato via social la band di Seattle invitandoli “amorevolemente” a farsi i cazzi propri.

Per carità, ognuno ha la propria idea e ci può stare che qualcuno non sia d’accordo con il concetto espresso dai Pearl Jam. Ciò che deve far riflettere è come la politica si sia fiondata rapacemente su una polemica che  sarebbe potuta tramontare con la stessa facilità con la quale è nata, stravolgendo almeno due dei concetti antichi come il mondo in cui viviamo.

Il primo è che così come la grunge band americana aveva il diritto di esprimere il proprio punto di vista (peraltro fatto senza alcun tipo di presunzione o volgarità mostrata ad esempio da ministri di altri Paesi europei) si deve avere il diritto di mostrare il proprio dissenso.

Il secondo è che la natura stessa del rock è, fin dalla sua comparsa, veicolo di messaggi politici e sociali. Chiunque è libero di pensarla come vuole e di decidere di cogliere o meno determinati messaggi, nonchè di scegliere da che parte schierarsi. Ma permettetemi una riflessione: sul serio vogliamo lasciare il nostro futuro in mano ad “artisti” la cui unica preoccupazione è quella di immortalare via social quanto sono in grado di lasciare il tempo che trovano?

Hank Cignatta